mercoledì 8 maggio 2013

Le reti sociali possono essere porte di verità e di fede


Intervista a Monsignor Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali e della Filmoteca Vaticana.

«Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno» scrive il Papa Benedetto XVI in occasione della 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. E queste reti – prosegue in un altro passo del suo Messaggio – «sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

Sempre più giovani e adulti in ricerca religiosa abitano, infatti, l’ambiente digitale sperando di trovarvi risposte alla loro sete di spiritualità. Per questo motivo, i “cristiani digitali” si preoccupano di far conoscere la Buona Notizia anche nei network sociali digitali, perché – si raccomanda Benedetto XVI – «non venga a mancare nell’esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante».
In questa speciale missione si inseriscono a pieno titolo i due pontefici, Benedetto XVI prima e Papa Francesco ora, sul famoso Twitter.

«Una scelta, questa, che non è maturata in un tempo ben preciso, ma progressivamente» ci racconta Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali e della Filmoteca Vaticana.
«Riguardo ai tweets del Santo Padre» prosegue, «li ho definiti come scintille di verità e pillole di saggezza. In questo nostro tempo, quando la desertificazione spirituale aumenta, è bene dissetarsi a questi brevi ma intensi doni di verità e di bellezza».

Benedetto XVI ha definito le reti sociali “porte di verità e di fede”. Cosa vuol dire, in poche battute?
Lo sono in quanto il dialogo, l’incontro, la natura delle relazioni si svolgono intorno alla premessa del rispetto, della comprensione, della sincera volontà di costruire rapporti umani più cordiali e ricchi di senso.

Perché i cristiani sono chiamati ad evangelizzare anche in rete?
L’evangelizzazione è un compito, anzi una missione, senza confini; e direi non solo di tempo e di spazio, ma innanzitutto di luoghi. La rete, oggi è un luogo “abitato” dagli uomini del nostro tempo. Ed è un luogo che incide sul modo di vivere e di pensare, fino a creare nuovi modelli di comportamento.

In che modo si rende visibile la presenza cristiana in rete?
Non siamo chiamati a sventolare bandiere della nostra appartenenza, ma a renderla viva attraverso il nostro essere e i nostri comportamenti. La rete offre ampie possibilità per esprimere e manifestare se stessi in modo autentico. Non occorre pensare ad essa soltanto come un luogo “virtuale”, nel quale diventi difficile farsi riconoscere. Al contrario, l’identità, in rete, finisce per essere un valore distintivo.

Quale potrebbe essere il contributo specifico dei religiosi e delle religiose in rete?
Il contributo primario è sempre quello dell’evangelizzazione che, tuttavia, può passare attraverso una serie di prerequisiti: la conoscenza, il dialogo, il legame di nuove relazioni. La rete rende possibile tutto ciò e si tratta, quindi, di elementi che portano a favorire l’obiettivo finale. Il carisma dei religiosi può certamente agevolare un cammino di questo tipo.

Perché il Concilio Vaticano II ha voluto parlare di Comunicazioni Sociali, e qual è l’attualità del decreto Inter Mirifica redatto sull’argomento?
Se il Concilio non avesse parlato di comunicazione saremmo rimasti davvero indietro. Il Concilio ha aperto strade che ora si rivelano provvidenziali. Con l’Inter Mirifica siamo di fronte alla magna carta della comunicazione sociale nella Chiesa: a cinquant’anni di distanza e proprio con l’avvento delle nuove tecnologie, possiamo renderci conto della sua grande attualità. L’Inter Mirifica va oltre perfino al concetto degli “strumenti”, perché da prima ha cominciato a parlare di una comunicazione che crea cultura, modifica i linguaggi, cambia, in sostanza, il modo di vivere degli uomini dei diversi tempi.

Come dovrebbero vivere i preti il loro ministero nell’ambiente digitale?
È un punto al quale si sta dedicando una particolare attenzione; e anche il nostro Pontificio Consiglio non ha mancato di segnalarlo attraverso una serie di iniziative concrete. Ai presbiteri è chiesto, naturalmente, di mantenere la propria identità e nella rete svolgere un lavoro pastorale. Per rendere possibile un tale obiettivo è necessario che i sacerdoti siano anche tecnicamente e professionalmente preparati e competenti.

Può esserci per essi la tentazione di mimetizzarsi e confondersi fra i milioni di profili per fare quello che vogliono?
La rete, come del resto il mondo “reale”, non pone al riparo da chi intende farne un uso distorto o improprio. Anche per questo è necessaria una buona preparazione tecnica. Ma direi che le cattive intenzioni, in rete, non tardano a venire allo scoperto e, di conseguenza, ad essere scoperte.

Cosa risponde a chi crede che Internet determini il modo d’essere dei naviganti, che crei in loro dipendenza compromettendo la loro stessa vita sociale?
Occorre evitare di pensare che la rete sia un mondo a parte, quasi che il soggetto non sia più l’uomo ma la tecnologia. La rete è un prodotto dell’intelligenza dell’uomo, come in passato lo sono stati lo sviluppo industriale, la diffusione della cultura di massa, alcune grandi invenzioni: di fronte a tutto questo il mondo non è rimasto lo stesso, ma ciò non toglie che è stato l’uomo a governarlo, e i grandi principi a reggerlo. Abbiamo bisogno, indubbiamente, di conoscere meglio e sempre più a fondo questa nuova casa digitale nella quale stiamo per mettere radici. Ma ciò è necessario proprio per non sentirci spaesati o isolati.

Per leggere integralmente l'intervista, rimando al sito di Vatican Insider.

Antonio Carriero

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