lunedì 22 aprile 2013

Capire la rete per renderla più umana e relazionale



Intervista alla professoressa Chiara Giaccardi, docente dell'Università Cattolica di Milano e che rilancia il dibattito su Web e social network.
Da Vatican Insider.

Non basta guardare alla Rete come luogo di incontro, di scambio, di condivisione e anche di testimonianza. La Rete è molto più. Secondo la Professoressa Chiara Giaccardi, essa può addirittura «aiutare, ben più di quanto non possa ostacolare, l’apertura di una “porta” verso l’Alto in questo nostro presente così miope».

Una chiacchierata con lei su Vatican Insider, in vista della 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, domenica 12 maggio, tenta di affrontare le normali difficoltà che oggi nascono dall’utilizzo del web da parte dei ragazzi, non sempre seguiti ed educati alla navigazione, anche perché le agenzie educative, per diversi motivi, non sono ancora del tutto pronte per questa missione. Anche se – ci rassicura la Professoressa Giaccardi – molti genitori iniziano a capire qualcosa in più dell’universo della Rete, il lavoro di formazione che li aspetta va oltre la semplice capacità di “loggarsi” in Facebook o rimuovere utenti insidiosi dalla propria lista di amicizie. Del resto, «essere genitore è difficile in ogni tempo, anzi è impegnativo, e richiede pazienza, fiducia, speranza».

Com’è essere genitori al tempo della rete?
Essere genitore richiede la capacità di capire che i figli non sono ‘nostri’, che sono comunque ‘altri’ e che dobbiamo lasciarci stupire, interpellare e anche liberare dalla loro alterità. Per un genitore che sente la rete come lontana e minacciosa il compito oggi può essere ancora più difficile, perché la complessità dell’ambiente digitale può accentuare le distanze. Ma può anche consentire nuove forme di ‘alleanza intergenerazionale’ e di utile scambio di ruolo tra chi insegna e chi impara.

Quali sfide sono chiamati ad affrontare, mamma e papà?
La sfida di trasmettere ciò che hanno imparato, ciò che per loro ha valore, la verità che hanno conosciuto in un modo che sia capace di rispondere alle domande del presente. Che sono anche un’occasione, per noi genitori, di rimettere in movimento e rigenerare ciò che abbiamo conosciuto e a nostra volta ricevuto. Trasmettere l’eredità ricevuta e il sapere costruito nel tempo, mostrandone il valore anche per il presente, ed essere capaci di vedere la realtà anche attraverso gli occhi dei nostri figli è una sfida da affrontare e vincere.

Cosa si aspettano i ragazzi dai loro genitori?
Le aspettative sono sempre contraddittorie, ma in fondo le relazioni umane sono sempre un po’ paradossali: i figli si aspettano di essere accettati per quello che sono ma anche di essere aiutati a crescere e migliorare; si aspettano e pretendono libertà ma vogliono anche essere guidati, e a volte provocano proprio per toccare con mano il limite, che li rassicura (mentre il vuoto, l’indifferenza, l’equivalenza li angoscia e li rende cinici). Ma soprattutto si aspettano di essere ascoltati, accompagnati e abbracciati.

Quali competenze vengono richieste a mamma e papà?
Nessuna che si impari sui libri, anche se i libri possono aiutare. Gli esseri umani non possono nemmeno contare sull’istinto per allevare nel modo migliore i loro ‘cuccioli’, come fanno gli animali. In compenso, possono imparare dall’esperienza, appoggiarsi all’esperienza degli altri, rileggere la tradizione, ascoltare l’unicità di ciascun figlio: non esistono ricette già pronte che vadano bene per tutti. Si impara facendo e in un certo senso si sbaglia sempre. Ma se il nostro desiderio è che i figli realizzino la loro umanità nella ‘quotidiana avventura della pienezza’, come la chiama Gallagher, troveremo la via.

Attualmente, in che rapporti sono mamma e papà con i media digitali, in Italia?
I rapporti stanno migliorando, e il numero di genitori sufficientemente alfabetizzati cresce. Ma saper utilizzare le tecnologie non significa comprenderne il significato. È su questo, soprattutto, che i genitori vanno aiutati.

Quale dovrebbe essere l’intervento della famiglia rispetto al cyber bullismo?
Io credo che il problema stia nel bullismo, e che la rete sia solo uno dei tanti palcoscenici in cui si manifesta sia l’incapacità di relazione con altri, specie se ‘diversi’ per qualche ragione, sia un malinteso senso di appartenenza, dove il ‘noi’ frammentato si ricompatta contro un capro espiatorio. Educare all’alterità e all’accoglienza sono la via più efficace per contrastare ogni forma di bullismo, compreso quello digitale. Che, lo ripeto, non è causato dalla rete, ma che si trova in quell’ambiente come in altri.

Per leggere integralmente l'intervista, rimando al sito di Vatican Insider.

Antonio Carriero

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