Intervista alla professoressa
Chiara Giaccardi, docente dell'Università Cattolica di Milano e che rilancia il
dibattito su Web e social network.
Da Vatican Insider.
Da Vatican Insider.
Non basta guardare alla Rete come luogo di
incontro, di scambio, di condivisione e anche di testimonianza. La Rete è molto
più. Secondo la Professoressa Chiara Giaccardi, essa può addirittura «aiutare,
ben più di quanto non possa ostacolare, l’apertura di una “porta” verso l’Alto
in questo nostro presente così miope».
Una chiacchierata con lei su Vatican Insider,
in vista della 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, domenica 12
maggio, tenta di affrontare le normali difficoltà che oggi nascono
dall’utilizzo del web da parte dei ragazzi, non sempre seguiti ed educati alla
navigazione, anche perché le agenzie educative, per diversi motivi, non sono
ancora del tutto pronte per questa missione. Anche se – ci rassicura la
Professoressa Giaccardi – molti genitori iniziano a capire qualcosa in più
dell’universo della Rete, il lavoro di formazione che li aspetta va oltre la
semplice capacità di “loggarsi” in Facebook o rimuovere utenti insidiosi dalla
propria lista di amicizie. Del resto, «essere genitore è difficile in ogni
tempo, anzi è impegnativo, e richiede pazienza, fiducia, speranza».
Com’è essere genitori al tempo della rete?
Essere
genitore richiede la capacità di capire che i figli non sono ‘nostri’, che sono
comunque ‘altri’ e che dobbiamo lasciarci stupire, interpellare e anche
liberare dalla loro alterità. Per un genitore che sente la rete come lontana e
minacciosa il compito oggi può essere ancora più difficile, perché la
complessità dell’ambiente digitale può accentuare le distanze. Ma può anche
consentire nuove forme di ‘alleanza intergenerazionale’ e di utile scambio di
ruolo tra chi insegna e chi impara.
Quali sfide sono chiamati ad affrontare,
mamma e papà?
La
sfida di trasmettere ciò che hanno imparato, ciò che per loro ha valore, la
verità che hanno conosciuto in un modo che sia capace di rispondere alle
domande del presente. Che sono anche un’occasione, per noi genitori, di
rimettere in movimento e rigenerare ciò che abbiamo conosciuto e a nostra volta
ricevuto. Trasmettere l’eredità ricevuta e il sapere costruito nel tempo,
mostrandone il valore anche per il presente, ed essere capaci di vedere la
realtà anche attraverso gli occhi dei nostri figli è una sfida da affrontare e
vincere.
Cosa si aspettano i ragazzi dai loro genitori?
Le
aspettative sono sempre contraddittorie, ma in fondo le relazioni umane sono sempre
un po’ paradossali: i figli si aspettano di essere accettati per quello che
sono ma anche di essere aiutati a crescere e migliorare; si aspettano e
pretendono libertà ma vogliono anche essere guidati, e a volte provocano
proprio per toccare con mano il limite, che li rassicura (mentre il vuoto,
l’indifferenza, l’equivalenza li angoscia e li rende cinici). Ma soprattutto si
aspettano di essere ascoltati, accompagnati e abbracciati.
Quali competenze vengono richieste a mamma e
papà?
Nessuna
che si impari sui libri, anche se i libri possono aiutare. Gli esseri umani non
possono nemmeno contare sull’istinto per allevare nel modo migliore i loro
‘cuccioli’, come fanno gli animali. In compenso, possono imparare
dall’esperienza, appoggiarsi all’esperienza degli altri, rileggere la
tradizione, ascoltare l’unicità di ciascun figlio: non esistono ricette già
pronte che vadano bene per tutti. Si impara facendo e in un certo senso si
sbaglia sempre. Ma se il nostro desiderio è che i figli realizzino la loro
umanità nella ‘quotidiana avventura della pienezza’, come la chiama Gallagher,
troveremo la via.
Attualmente, in che rapporti sono mamma e
papà con i media digitali, in Italia?
I
rapporti stanno migliorando, e il numero di genitori sufficientemente
alfabetizzati cresce. Ma saper utilizzare le tecnologie non significa
comprenderne il significato. È su questo, soprattutto, che i genitori vanno
aiutati.
Quale dovrebbe essere l’intervento della
famiglia rispetto al cyber bullismo?
Io
credo che il problema stia nel bullismo, e che la rete sia solo uno dei tanti
palcoscenici in cui si manifesta sia l’incapacità di relazione con altri,
specie se ‘diversi’ per qualche ragione, sia un malinteso senso di
appartenenza, dove il ‘noi’ frammentato si ricompatta contro un capro
espiatorio. Educare all’alterità e all’accoglienza sono la via più efficace per
contrastare ogni forma di bullismo, compreso quello digitale. Che, lo ripeto,
non è causato dalla rete, ma che si trova in quell’ambiente come in altri.
Antonio Carriero

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