Messaggi e valori positivi di un prodotto editoriale e cinematografico con cifre da capogiro.
A Trafalgar Square,
sopra le teste di centinaia di fan, domina una sola sentenza: It all ends. Arrivati il 7 luglio
a Londra per presentare il nuovo e ultimo film di Harry Potter, I doni della morte. Parte seconda,
i giovani protagonisti, che sono cresciuti tra un ciak e l’altro, alla fine non
sono riusciti a trattenere le lacrime. Cala quindi – forse –
il sipario su un prodotto cinematografico che ha portato a casa più di sei
miliardi di dollari con i precedenti film. Un fenomeno che non conosce eguali
se lo consideriamo nella sua globalità. I sette libri, tradotti in
sessantasette lingue, hanno venduto infatti oltre quattrocentocinquanta milioni
di copie in tutto il mondo. E se è vero che non sono i numeri a garantire la
qualità di un libro o di un film, è anche vero che Harry Potter, in quattordici
anni di carriera, ha dimostrato di essersi guadagnato il successo avuto.
In questi anni, il giovane Potter non ha studiato solo la magia, ma ha anche imparato a farsi apprezzare dalle nuove generazioni in un tempo in cui internet sa rendersi più accattivante di un romanzo di settecento pagine. E ha appassionato trasmettendo a bambini e adulti ideali condivisi da non credenti e da quanti vi hanno invece visto anche l’occasione per parlare ai piccoli del Vangelo.
Quest’ultimo
appuntamento al cinema sarà perciò importante non solo per i giovani protagonisti
impegnati nello scontro finale contro il mago oscuro Lord Voldemort, ma per
chiunque deciderà se bocciare definitivamente o rivalutare Harry Potter come
«parabola» dell’uomo postmoderno.
Gli spunti su cui
riflettere, sollevati già dai precedenti film, in quest’ultimo episodio si
fanno ancora più insistenti. Emergono infatti le concezioni di morte e di vita
eterna secondo Harry Potter e il suo antagonista.
Lord Voldemort non
rappresenta Satana, come viene facile pensare, ma è soltanto il risultato di un
uomo che nella sua vita ha compiuto scelte sbagliate, ha preferito il male al
bene, non si è dato la pena di comprendere che l’amore è un potere che va oltre
il suo. Il suo aspetto simile a un serpente è una buona metafora per dire che
chi non ama non è veramente una persona umana. Voldemort, dunque, potrebbe
essere il riflesso di ciascuno di noi.
Ci viene in aiuto la
prospettiva biblica sull’unitarietà dell’uomo: la dimensione spirituale è una
dimensione integrante dell’uomo, non è un «pezzo». Commettendo omicidi,
Voldemort ha acconsentito che la sua anima si lacerasse per poi nascondere
parti di essa in oggetti di estimato valore. L’anima, a suo avviso, non è così
importante.
Incapace di amare,
Voldemort ha annientato la sua integrità umana esercitando su di sé un dominio
diabolico senza precedenti.
È l’immagine dell’uomo postmoderno che, ponendosi al centro dell’universo, crede di poter disporre di sé come meglio crede. Avendo dimenticato di essere creatura di un Creatore, egli è convinto che dopo aver annientato la propria anima può continuare a vivere tranquillamente senza di essa.
È l’immagine dell’uomo postmoderno che, ponendosi al centro dell’universo, crede di poter disporre di sé come meglio crede. Avendo dimenticato di essere creatura di un Creatore, egli è convinto che dopo aver annientato la propria anima può continuare a vivere tranquillamente senza di essa.
Dietro a un uomo
apparentemente forte e sicuro di sé, alberga poi una paura folle della morte,
tanto da spingerlo a ricercare l’immortalità in questa vita.
Verso la fine del settimo
romanzo (da cui è ispirato questo ottavo lungometraggio), il saggio preside
Albus Silente spiega a Harry che «il vero padrone della morte non cerca di
sfuggirle. Accetta di dover morire e comprende che vi sono cose assai peggiori
nel mondo dei vivi che morire». Una lezione che trova la sua sintesi nelle
parole di san Paolo nella lettera ai Corinzi (15, 26) riportate sulla tomba dei
genitori di Harry: «L’ultimo nemico che sarà sconfitto è la morte». La vita
eterna, cioè, si raggiunge con la morte e non prescindendo da lei. E Harry
Potter, anche se non si è mai dichiarato cristiano, invita l’oscuro mago a
ravvedersi in tempo, a pentirsi per quanto ha fatto, a riconoscere il primato
dell’amore su ogni cosa per non essere dannato in eterno. Parole al vento,
purtroppo: Lord Voldemort, infatti, non crede a queste «stupidaggini». Egli è
costruito a immagine di se stesso e risponde solo a se stesso. È dai piccoli
che vengono grandi insegnamenti, dai puri di cuore come il giovane Harry,
pronto a morire per i suoi amici. Egli non condivide l’individualismo di
Voldemort che non porta da nessuna parte.
Un altro grande
insegnamento che ci viene da questa nuova puntata della saga è che è possibile
cambiare il mondo. È Harry, con i suoi inseparabili amici, a dimostrarci che è
possibile abbattere il male e instaurare la pace. Non sono il potere, il
successo e la vita facile che portano alle gioie più vere e più profonde. A
queste conducono l’amicizia, il dono di sé, il sacrificio e l’adesione a una
verità non costruita a immagine dell’uomo stesso.
Antonio
Carriero
© L'Osservatore
Romano

Ottimo articolo. Sai scrivere molto bene. Continua cosi'. Ho molto apprezzato anche l'articolo da te scritto su 'La Bussola quotidiana'. I tuoi articoli mi serviranno da spunto per scrivere qualcosa su Harry Potter per un settimanale cattolico in lingua slovena di Gorizia - il 'Novi glas' ('Voce nuova' in italiano). Ho capito anche che sei seminarista - che Dio benedica ogni tuo passo su questa strada e ti conduca, se e quando lui vorra' all'altare di Cristo. Io, da giovane sacerdote, ti ringrazio moltissimo per il tuo bel lavoro svolto a beneficio dei giovani. Purtroppo c'e' chi non capisce che bisogna avere molta pazienza e anche umilta' e fantasia per portare il giovane d'oggi a Cristo.
RispondiElimina