Come far star bene spiritualmente i propri "Follower"?
Diciamo la verità: non tutti ci siamo “ricordati” subito di essere
cristiani anche in Rete.
Quando leggo i post di una mia conoscente, senza
commentarlo, e mi limito ad una lettura passiva, criticando quel che ha
pubblicato da solo con me stesso, o spiando le sue foto per sapere che cosa fa,
dove va, quali persone frequenta, se le sue amicizie sono buone o cattive, se i
pensieri che condivide sono stupidi, insignificanti, scritti male, non sono…
molto “cristiano”, evidentemente.
Quando ad un adulto gli si dice di essere cristiano anche in Rete,
ti guarda interdetto, chiedendosi come si può essere cristiani anche lì?
La domanda non è sbagliata. Ha ragione, perché non conosce la risposta,
ma sicuramente sa che vivendo cristianamente anche in Rete, molte abitudini andrebbero
evitate. E questo potrebbe non piacere.
Alcune di queste abitudini sono: spiare, visitare siti poco
dignitosi, utilizzare un linguaggio scurrile nei social, essere neutrale davanti
ad una discussione che ha per oggetto la Chiesa, il Papa, la religione, le
verità di fede, stringere amicizie imprudenti, godere dei disagi di alcuni
utenti, incoraggiare pagine, siti e blog anticattolici, o controllare
semplicemente la vita degli altri come se fossimo al Grande Fratello.
In Rete è richiesta quella responsabilità e prudenza cristiana che è richiesta in ogni altro contesto di vita.
In Rete è richiesta quella responsabilità e prudenza cristiana che è richiesta in ogni altro contesto di vita.
Ma la consapevolezza di essere cristiani anche in Internet non basta.
Occorre domandarsi se poi si è anche disposti a “prendere la
parola” per dire la propria fede in un normale social network…
Nel Continente Digitale ci sono troppi cercatori di Dio che non
accettano né prediche né catechesi. Un problema, questo, che già la Commissione
Episcopale per la Dottrina della Fede si è posto, scrivendo una Lettera ai cercatori di Dio. La domanda
è: come fare ad entrare in comunicazione con chi cerca Dio ma non vuole saperne
di Chiesa e con chi, dichiaratamente, non cerca neanche Dio?
Un dato da cui partire è che i giovani e gli adulti, in modo
preminente, sono disposti a lasciarsi coinvolgere, ad ascoltare, a leggere (e
quindi a commentare, retweettare e
condividere…) solo ciò che gli serve e rende bella la vita.
Per questo, l’astrattismo e i discorsi sui massimi sistemi non
solo non sfiorerà minimamente la sensibilità e l’interesse di chi ci legge, ma
potrebbe attirare anche qualche commento… poco piacevole.
La grandezza dei Padri della Chiesa consisteva nel riuscire a richiamare
nei fedeli delle esperienze corrispondenti.
Anche in Rete ciò che scriviamo sia preceduto dalla domanda:
quello che sto per scrivere mi fa star bene? Farà star bene i miei “follower” e
amici di Facebook?
Alcune volte, leggere che cosa scrivono gli altri, gli argomenti da
essi maggiormente quotati, condivisi e commentati, può aiutarci a scegliere la
frase giusta, l’immagine giusta, il video musicale appropriato per la vita dei
nostri amici di “diario”.
Questa, insieme a molte altre, è una strada percorribile per
catturare l’interesse di uomini e donne che nella Rete non cercano Dio e hanno
un’avversione per la Chiesa, i preti e il Papa.
Tweettare un versetto biblico, senza sbagliare una virgola della
citazione, non serve a molto. In questo modo non si vuole strumentalizzare
la Parola di Dio, pubblicando solo quei passi della Bibbia che ai lettori piacerebbe
leggere, ma cercare almeno il versetto giusto, adatto a quel che un nostro
amico di social sta vivendo…, fa tutta la differenza del mondo. Paolo direbbe “rallegratevi
con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto”. In
altre parole, “abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri” (Romani
12,15-16), perché una citazione che non tocca nessuno è come il seme caduto
sulla pietra e in mezzo ai rovi (Luca 8,5).
O come se le lettere di Paolo venissero mischiate e inviate a caso
alle prime comunità cristiane: i corinzi, ricevendo la lettera destinata ai
filippesi, non comprenderebbero il senso dell’epistola.
La conoscenza di Dio è un processo graduale. Un versetto alla
volta, per quanto possibile quello più adatto al “cercatore di Dio” con cui si
è in contatto – che potrebbe essere un figlio, un papà, o il migliore amico – ,
per raccontargli che anche Dio è alla loro ricerca.
Antonio Carriero
Antonio Carriero

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