Prima di andare a votare, mi sembra importante
condividere un brano del discorso del Cardinal Maria Martini in occasione della
festa di sant’Ambrogio, il 6 dicembre 1995, a Milano.
Perché
la Chiesa non deve tacere oggi?
"La Chiesa non deve tacere perché è in gioco la
sopravvivenza dell’ethos politico. Non è la chiesa come tale ad essere in
pericolo: è la natura stessa della politica e quindi della democrazia e, in
ultima analisi, del costume sociale che sta alla base della democrazia. Lo
mostrano diversi fenomeni e ne richiamo alcuni.
1) L’emergere di una certa defigurazione del primato del soggetto, che si traduce in un privilegio di fatto per chi sa rivendicare, con la forza del suo peso economico e sociale, i propri diritti individuali o di gruppo. Si tratta di un atteggiamento che contesta la funzione dello stato nella difesa dei più deboli e alla fine mette a rischio lo stesso patto sociale che sottostà alla Costituzione, a vantaggio di assetti contrattuali più facili a piegarsi alle convenienze e alle maggioranze del momento.
2) La fortuna, nell’opinione pubblica e nel costume, di una logica decisionistica che non rispetta le esigenze di una paziente maturazione del consenso o che cerca di estorcerlo con il plebiscito generalizzato o si illude di operare con il sondaggio dei desideri, semplificando la complessità della politica, dei suoi tempi e delle sue meditazioni.
3) Il farsi strada di un liberismo utilitaristico che non
mette ordine nelle attese e nei bisogni secondo una gerarchia di valori, ma
eleva il profitto e l’efficienza o la competitività a fine, subordinando
ad essa le ragioni della solidarietà.
4) C’è un crescendo della politica fatta spettacolo, fatta scontro verbale accompagnato anche da minacce; una politica intesa come luogo del successo e palcoscenico di personaggi vincenti, che richiedono deleghe a governare non sulla base di programmi vagliati e credibili, bensì sulla base di promesse o prospettive generiche.
5) C’è, da ultimo, una logica della conflittualità che
tutto intende nel quadro della relazione amico-nemico, dove con l’amico si ha
tutto in comune, con il nemico nulla. Tale contrapposizione sarebbe la sola
capace di stabilire correttamente minoranze e maggioranze e di sconfiggere la
degenerazione consociativistica.
Il consociativismo, accordo spartitorio di
potere che non ricerca valori comuni da far crescere insieme, ma spazi da
gestire da questa o da quella forza politica, va ben distinto dalla ricerca di
valori presenti in varie forze, in vista di una compattazione della città. In
una logica di conflittualità, chi vince si sente invece autorizzato a
prescindere del tutto dalle ragioni dell’altro semplicemente perché ha vinto.
Ne segue un costume politico che non si confronta, che
non cerca il dialogo in vista della verità, che intende il governare come pura
decisione presa da chi ha la maggioranza e basta o come decisione
affidata alle sorti emotive di un plebiscito. Anche se bisogna ammettere che il
conflitto politico - in un quadro democratico e rispettoso dei diritti di tutti
- è un passaggio necessario e in qualche modo inevitabile, esso non può essere
visto quale strumento ordinario di governo e men che mai un bene o un fine
in se stesso: perché il fine è sempre lo shalom, la pace.
Non è dunque questo un tempo di indifferenza, di
silenzio, e neppure di distaccata neutralità o di tranquilla equidistanza. Non
basta dire che non si è né l’uno né l’altro, per essere a posto; non è lecito
pensare di poter scegliere indifferentemente, al momento opportuno, l’uno o l’altro
a seconda dei vantaggi che vengono offerti.
È questo un tempo in cui occorre
aiutare a discernere la qualità morale insita non solo nelle singole scelte
politiche, bensì anche nel modo generale di farle e nella concezione dell’agire
politico che esse implicano.
Non è in gioco la libertà della chiesa, è in gioco
la libertà dell’uomo; non è in gioco il futuro della chiesa, è in gioco il
futuro della democrazia.
Si tratta, per la chiesa, di tacere su quanto riguarda scelte immediate di schieramenti, e di parlare invece su quanto riguarda i principi etici che reggono le scelte politiche. Occorre infatti evitare due errori in cui possono cadere i cattolici italiani nel momento presente: quello della depressione o sterile lamentazione o irritazione per una loro minor influenza nella società – inseguendo magari sogni di forme di presenza obsolete –, e quello del farsi da parte o del rinchiudersi nella critica della modernità.
La serena accettazione
di essere minoranza, richiede, anzitutto, che si traggano tutte le conseguenze,
di mentalità e operative, di quella che un tempo fu chiamata la scelta
religiosa, da riproporre in un modo adatto alle nuove circostanze come scelta
evangelica e profetica, come affermazione del primato di Dio e del Vangelo e
delle conseguenze per il bene della comunità umana”.

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