lunedì 6 luglio 2015

«Testimoni per cambiare il mondo». Parla il vescovo Enrico Dal Covolo


La mia intervista con S. Ecc. Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, su Avvenire del 24 gennaio 2015.



di Antonio Carriero, SDB

«Sono molte le emergenze educative alle quali siamo chiamati a rispondere, a fornire soluzioni. Quando guardo al mondo giovanile mi sembra di sentire le parole di don Bosco che per il bene della gioventù sarebbe stato disposto a "strisciare la lingua fino a Superga"». Il vescovo Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, condivide su Avvenire alcune riflessioni in occasione della Commemorazione civile nazionale di don Bosco nell’anno bicentenario della sua nascita.

Eccellenza, dove sono e dove vivono i giovani, oggi?
Se guardo all’Europa, devo dire anzitutto dove non sono, e cioè nella comunità cristiana. Don Bosco fu un prete realista e, se vogliamo imitarlo, dobbiamo guardare la realtà in faccia: il mondo giovanile vive in un ambiente ampiamente scristianizzato. Io li osservo da vicino, tutti i giorni all’Università: nei loro discorsi non c’è spazio per la fede, perché nessuno parla loro di questo tema. Non lo fanno i media, non lo fa la musica e talvolta non lo fanno neanche le famiglie e la scuola. I giovani per natura sono dei «cercatori», bisogna spiegare loro che tra le cose da ricercare c’è anche Dio. Dobbiamo essere dove sono i ragazzi, abitare i loro luoghi, quelli reali e… digitali. Da parte mia penso, anzitutto, alla grande opportunità di incontro rappresentata dalla scuola e dall’università. Chissà se in Italia riusciremo un giorno ad emanciparci dalle vecchie ideologie e a pensare alla scuola cattolica come una grandissima opportunità. Perché non si può anche immaginare di vedere un prete o una suora insegnare filosofia o matematica nelle scuole pubbliche?

Si può essere «Don Bosco» anche all’Università?
Nonostante i gravosi impegni istituzionali, io resto figlio di don Bosco. Da lui ho imparato che la passione educativa si traduce in presenza costante, cordiale e operativa. All’inizio del mio Rettorato mi sono dato una specie di motto: «L’Università dalla testa ai piedi» per indicare la necessità di una formazione integrale della persona: intelligenza, sentimenti e azione. È stato meraviglioso sentire il Papa dire ai giovani a Manila che senza questo cammino di maturazione globale l’Università prepara dei «giovani da museo» con molte conoscenze e poca sapienza.

Che cosa può fare un salesiano rispetto ai «suoi» giovani che sono a casa e senza lavoro?
Tutto il possibile e anche l’impossibile. La situazione è drammatica e la "pacca" sulla spalla non basta. Penso che i figli e le figlie di don Bosco debbano riscoprire quella «santa managerialità» grazie alla quale il loro fondatore diede pane e casa a tanti giovani. Ha meravigliato il titolo di un corso di alta formazione che sta per iniziare alla Lateranense: «Management e Pastorale». Due termini apparentemente inconciliabili per indicare il fine ambizioso di questo percorso formativo: offrire agli operatori pastorali competenze molto concrete. Non è questo il tempo per fare sottili distinzioni tra ciò che dovremmo o non dovremmo fare, è il tempo dell’azione, di rimboccarsi le maniche per il bene dell’uomo.

Chi è o che cosa dovrebbe rappresentare il «santo dei giovani» per l’Italia?
La passione educativa! L’educazione dei giovani è il punto di partenza di un cambiamento generazionale e soprattutto di lungo periodo. I ragazzi cercano riferimenti concreti, esempi, dimostrazioni pratiche che l’impegno viene ripagato. Vi sorprenderò, ma i ragazzi cercano regole anche quando fanno di tutto per violarle. Noi dobbiamo lavorare con umiltà per accreditarci innanzitutto ai loro occhi. Don Bosco ci insegna il rispetto e la stima verso i giovani, lui ha creduto nei ragazzi e nelle loro capacità. L’atto più coraggioso per un educatore è fidarsi del proprio allievo, credere in lui e nella sua capacità di discernimento respingendo la tentazione, la scorciatoia, del condizionamento. È un atto necessario se si vuol far crescere una generazione libera.

L’esempio di don Bosco può ispirare anche la politica del nostro Paese?
L’ideale formativo di don Bosco «Buon cristiano e onesto cittadino» ci richiama alla dimensione sociale del nostro impegno educativo. Di questa dimensione vorrei sottolineare la crisi globale della leadership. Abbiamo un urgente bisogno di persone capaci di impegnarsi per il bene comune, affidabili e competenti. Concretamente, individuare giovani talenti e investire - anche economicamente - sulla loro formazione; inutile dire ai giovani che sono la nostra speranza, se non gli mostriamo coi fatti che ciò è vero, e non solo uno slogan. Alla Lateranense, quest’anno, abbiamo assegnato molte borse di studio per permettere ad un gruppo di studenti di fare una valida esperienza formativa sui temi del Sinodo per la famiglia, esperienza che li porterà anche all’estero la prossima estate.

Nessun commento:

Posta un commento