La mia intervista con S. Ecc. Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico
della Pontificia Università Lateranense, su Avvenire del 24 gennaio 2015.
di Antonio Carriero, SDB
«Sono molte le emergenze educative alle quali siamo chiamati a rispondere, a fornire soluzioni. Quando guardo al mondo giovanile mi sembra di sentire le parole di don Bosco che per il bene della gioventù sarebbe stato disposto a "strisciare la lingua fino a Superga"». Il vescovo Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, condivide su Avvenire alcune riflessioni in occasione della Commemorazione civile nazionale di don Bosco nell’anno bicentenario della sua nascita.
«Sono molte le emergenze educative alle quali siamo chiamati a rispondere, a fornire soluzioni. Quando guardo al mondo giovanile mi sembra di sentire le parole di don Bosco che per il bene della gioventù sarebbe stato disposto a "strisciare la lingua fino a Superga"». Il vescovo Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, condivide su Avvenire alcune riflessioni in occasione della Commemorazione civile nazionale di don Bosco nell’anno bicentenario della sua nascita.
Eccellenza, dove sono e dove vivono i giovani, oggi?
Se guardo
all’Europa, devo dire anzitutto dove non sono, e cioè nella comunità cristiana.
Don Bosco fu un prete realista e, se vogliamo imitarlo, dobbiamo guardare la
realtà in faccia: il mondo giovanile vive in un ambiente ampiamente
scristianizzato. Io li osservo da vicino, tutti i giorni all’Università: nei
loro discorsi non c’è spazio per la fede, perché nessuno parla loro di questo
tema. Non lo fanno i media, non lo fa la musica e talvolta non lo fanno neanche
le famiglie e la scuola. I giovani per natura sono dei «cercatori», bisogna
spiegare loro che tra le cose da ricercare c’è anche Dio. Dobbiamo essere dove
sono i ragazzi, abitare i loro luoghi, quelli reali e… digitali. Da parte mia
penso, anzitutto, alla grande opportunità di incontro rappresentata dalla
scuola e dall’università. Chissà se in Italia riusciremo un giorno ad
emanciparci dalle vecchie ideologie e a pensare alla scuola cattolica come una
grandissima opportunità. Perché non si può anche immaginare di vedere un prete
o una suora insegnare filosofia o matematica nelle scuole pubbliche?
Si può
essere «Don Bosco» anche all’Università?
Nonostante i gravosi impegni
istituzionali, io resto figlio di don Bosco. Da lui ho imparato che la passione
educativa si traduce in presenza costante, cordiale e operativa. All’inizio del
mio Rettorato mi sono dato una specie di motto: «L’Università dalla testa ai
piedi» per indicare la necessità di una formazione integrale della persona:
intelligenza, sentimenti e azione. È stato meraviglioso sentire il Papa dire ai
giovani a Manila che senza questo cammino di maturazione globale l’Università
prepara dei «giovani da museo» con molte conoscenze e poca sapienza.
Che cosa
può fare un salesiano rispetto ai «suoi» giovani che sono a casa e senza
lavoro?
Tutto il possibile e anche l’impossibile. La situazione è drammatica e
la "pacca" sulla spalla non basta. Penso che i figli e le figlie di
don Bosco debbano riscoprire quella «santa managerialità» grazie alla quale il
loro fondatore diede pane e casa a tanti giovani. Ha meravigliato il titolo di
un corso di alta formazione che sta per iniziare alla Lateranense: «Management
e Pastorale». Due termini apparentemente inconciliabili per indicare il fine
ambizioso di questo percorso formativo: offrire agli operatori pastorali
competenze molto concrete. Non è questo il tempo per fare sottili distinzioni
tra ciò che dovremmo o non dovremmo fare, è il tempo dell’azione, di
rimboccarsi le maniche per il bene dell’uomo.
Chi è o che cosa dovrebbe
rappresentare il «santo dei giovani» per l’Italia?
La passione educativa!
L’educazione dei giovani è il punto di partenza di un cambiamento generazionale
e soprattutto di lungo periodo. I ragazzi cercano riferimenti concreti, esempi,
dimostrazioni pratiche che l’impegno viene ripagato. Vi sorprenderò, ma i
ragazzi cercano regole anche quando fanno di tutto per violarle. Noi dobbiamo
lavorare con umiltà per accreditarci innanzitutto ai loro occhi. Don Bosco ci insegna
il rispetto e la stima verso i giovani, lui ha creduto nei ragazzi e nelle loro
capacità. L’atto più coraggioso per un educatore è fidarsi del proprio allievo,
credere in lui e nella sua capacità di discernimento respingendo la tentazione,
la scorciatoia, del condizionamento. È un atto necessario se si vuol far
crescere una generazione libera.
L’esempio di don Bosco può ispirare anche la
politica del nostro Paese?
L’ideale formativo di don Bosco «Buon cristiano e
onesto cittadino» ci richiama alla dimensione sociale del nostro impegno
educativo. Di questa dimensione vorrei sottolineare la crisi globale della
leadership. Abbiamo un urgente bisogno di persone capaci di impegnarsi per il
bene comune, affidabili e competenti. Concretamente, individuare giovani
talenti e investire - anche economicamente - sulla loro formazione; inutile
dire ai giovani che sono la nostra speranza, se non gli mostriamo coi fatti che
ciò è vero, e non solo uno slogan. Alla Lateranense, quest’anno, abbiamo
assegnato molte borse di studio per permettere ad un gruppo di studenti di fare
una valida esperienza formativa sui temi del Sinodo per la famiglia, esperienza
che li porterà anche all’estero la prossima estate.

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